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Perché, vi chiederete, il nostro
Sante anche stavolta ci ammannisce una pellicola made in
Deutschland? Semplice: ci siamo recati in questi giorni
ad Amberg, ospiti del locale Horror Fest, e lì, tra una
birra e un wiener schnitzel, abbiamo fatto amicizia col
simpatico regista amburghese Andreas Schnaas. La mia
mente allora è tornata ai tempi in cui sacrificavo la
paghetta per comprarmi in VHS i suoi primi, amatoriali
esperimenti in Super8. E allora mi sono procurato una
copia del suo Anthropophagous 2000 (che Andreas non ha
mancato di autografare col sangue...) ed eccomi a voi.
Nel 1999 Schnaas telefona al compianto Aristide
Massaccesi (alias Joe D'Amato), indimenticabile regista
nostrano di cult quali Buio Omega e, per
l'appunto, Antropophagus, dicendogli di essere
intenzionato a fare un remake del suo film (ebbene sì,
di questa moda attuale è stato un pioniere). Joe morirà
prima di vedere l'opera del tedesco, che diventa così un
omaggio rispettoso al maestro. In effetti la trama di
Anthropophagous 2000 ricalca in tutto e per tutto
quella del suo predecessore: un gruppo di villeggianti
viene sterminato da un maniaco che, in seguito ad un
naufragio, preso dalla follìa aveva ucciso e poi
divorato la propria famiglia. Anche l'aspetto butterato
e pallido del mostro, interpretato dal regista stesso, è
fedele all'originale George Eastman/Luigi Montefiori.
L'isola greca dell'ambientazione del primo film lascia
spazio alle colline toscane (Borgo S. Lorenzo, per
l'esattezza), ma non è esattamente il Chianti a farla da
padrone, bensì sangue, sangue, sangue. Già il film di
Joe D'Amato era parecchio duro (è del 1980), con un paio
di quelle scene che rimangono impresse nella memoria (il
folle protagonista che mangia un feto umano appena
estirpato dal ventre della madre e, nella scena finale,
i propri intestini), ma Schnaas pigia comme d'habitude
l'acceleratore dello splatter più estremo. Fontane di
plasma che sgorgano da arti amputati, teste spiccate dal
collo, accette che aprono enormi tagli color porpora
nelle membra dei malcapitati, viscere e frattaglie
strappate da svariati orifizi, una vittima impalata
(evidente citazione del Cannibal Holocaust di
Deodato). Anche le due suddette scene cult del film di
D'Amato sono replicate esasperandone l'aspetto
truculento e voyeuristico. Andreas lascia da parte la
dimensione “ideologica” (siamo quello che mangiamo?), i
tempi lunghi e riflessivi del regista italico per
prediligere dosi massicce di violenza e un incalzare
frenetico verso la fine, particolarmente nella seconda
parte. C'è da dire che, pur all'interno della medesima
categoria di B-movie, Joe D'Amato mostrava una perizia
registica assai maggiore di Schnaas. Tuttavia il film
tedesco si lascia guardare, a patto che vogliate
spendere un'oretta di splatter fine a se stesso. Sono
passati i tempi di Violent Shit, prima opera del
nostro del 1989, con sangue rosa e cinepresa
traballante. Andreas dirige senza fronzoli, il cast
(tedesco) è decente e gli effetti sono decisamente buoni
ed efficaci, seppur artigianali. Ma viva gli artigiani e
abbasso la Computer Graphic. Viva Andreas Schnaas che è
un duro e puro perché ci crede fino in fondo, registi
così non ne fanno più, spunta una lacrimuccia
nostalgica. Il film è di (quasi) dieci anni fa, e si
vede: quando il camper con i nostri protagonisti parte
verso un viaggio senza ritorno, la scritta “Viva Lenin”
campeggia sul muro della stazione di Borgo S.
Lorenzo. Ma i comunisti non mangiavano i bambini?
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